venerdì 17 novembre 2017

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domenica 5 novembre 2017

sabato 4 novembre 2017

Auguri nonno Giuliano




Tanti auguri, papà, ti vogliamo bene!

mercoledì 18 ottobre 2017

La lavatrice del cuore

Giovedì sera Ale ed io andremo a teatro ad assistere  allo spettacolo "La lavatrice del cuore.Lettere di genitori e figli adottivi".


Riposto la lettera-già postata nel 2013-di Francesca Corti, vincitrice della categoria fuori concorso "Lettera di un'adozione", da cui lo spettacolo, scritto da Edoardo Erba e interpretato da Maria Amelia Monti, prende spunto.


Anna ha sette anni.
È mia figlia da quando aveva 8 mesi.
Chi dice che adottare neonati sia una passeggiata, una cosa facile perché “tanto non capiscono niente i neonati, e crescono con te come se fossero i tuoi figli biologici”, non ha capito nulla.
Anna ha un vuoto dentro, un buco, lei lo chiama “la cosa che ho qui sopra lo stomaco e mi fa male”. Ogni tanto ne parliamo, lei ora comincia a farsi domande, a farmi domande, a rendersi conto che non è normale, e non è bello, che una madre abbandoni il figlio che ha messo al mondo.
Questo è un periodo difficile; forse a scuola hanno parlato di nascite, ci son diversi compagni che hanno fratellini in arrivo, si vedono tante mamme col pancione, all’uscita da scuola.
Forse qualcuno le ha chiesto qualcosa, sul suo essere color cioccolato in una famiglia di smorti.
Forse sta semplicemente prendendo consapevolezza della sua storia di bimba adottata.
Fatto sta che questo non è un periodo semplice.
La sera le capita di essere triste, è molto nervosa, capisco che non è la mia solita Annina spensierata e monella.
Sono due giorni però che è passiva, zitta, silenziosa, non è da lei, di solito bisogna chiederle per favore di smettere di parlare, e se non parla canta, e se non canta balla.
Penso che forse starà covando l’influenza, d’altronde siamo in inverno, niente di più facile, le provo la febbre ma è fresca come una rosa, le chiedo se senta male da qualche parte, se abbia qualche malessere, ma mi risponde di no.
Poi, accade.
Sono in bagno, negli unici 5 minuti tutti per me che ho durante la giornata, ed entra sbattendo la porta, in lacrime.
Le chiedo cos’abbia, “Anna stai male? Cosa c’è?”, lei non risponde, piange, riesce a dirmi solamente che ha una “cosa” dentro la pancia, proprio sopra lo stomaco, che non riesce a spiegarmi cosa sia, ma le fa tanto tanto male.
Allora la faccio sedere sulle mie ginocchia, come quando era piccolina e neanche in bagno da sola mi faceva andare, e le chiedo di parlarmi, di aprirsi, io sono qui per questo, sono la sua mamma, non deve avere paura di parlare con me.
Anna mi guarda, gli occhi enormi lucidi, mi dice “no, non voglio, io soffro e non voglio che tu ti spaventi per me”.
Allora mi viene in mente; non so come, ma mi viene in mente.
Devo ancora capire com’è che quando devo ribattere alla gente maleducata e invadente non trovo mai le parole giuste, mentre quando devo parlare con lei le parole escano da sole, spontaneamente, senza che possa controllarle.
“Anna” le dico “ma tu non lo sai, che quando il Signore ci fa diventare delle Mamme, regala a ognuna di noi donne una lavatrice del cuore?”
Lei mi fissa sbalordita “La lavatrice del cuore? Cos’è??”
“Ma si, Annina! quando noi donne diventiamo mamme, in qualsiasi modo lo diventiamo, riceviamo in dono una lavatrice del cuore, e anche io ho la mia!
Quando tu ti senti triste, quando il peso nella pancia ti sembra insopportabile, tu vieni da me, apri l’oblò che c’è nel mio cuore, ci butti dentro tutte le cose brutte che ti rendono triste e non ti fanno stare bene, io poi le lavo, le centrifugo con tanto amore per te, e vedrai che dopo usciranno solo serenità e tranquillità”
“Davvero??” Le sorrido “Si, Anna, davvero.
Proviamo? Apriamo il mio oblò?”
Lei annuisce, sorride, poi ricomincia a singhiozzare, questa volta forte, fortissimo, dei singhiozzi che lacerano il cuore, e comincia a buttarmi addosso tutte le sue paure: l’abbandono, il terrore che le possa succedere di nuovo di essere abbandonata, il rifiuto della sua mamma biologica di tenerla con sé, la tristezza di non essere nella sua Terra, l’incomprensibile fatto che una mamma possa non volere più il proprio figlio.
Parla, e piange, e parla e piange ancora di più.
Non riesco a sostenere tanto dolore rimanendo impassibile, non riesco più a sorriderle serena, sono singhiozzi ingiusti in una bambina di 7 anni, mia figlia sta soffrendo da matti e devo lasciarla sfogare, ma è doloroso per tutte e due, vorrei solo che non fosse accaduto niente, che fosse nata da me, che non dovesse ogni volta fare i conti con tanta angoscia.
Comincio a piangere anch’io, quanto dolore, quanto sofferenza in un corpicino di 17 chili, non è giusto, per niente.
Lei mi vede piangere, si blocca, mi fissa, si intristisce. “Ecco, vedi.. adesso ho fatto piangere anche te, non volevo, vedi??”
“Ma no, Annina, tranquilla… è solo l’acqua di scarico della lavatrice! Adesso passa tutto e ritorniamo felici!”
Le sorrido, lei mi sorride.
Si alza, tira su col naso, è sollevata, ride, fa un passo di danza, gira su se stessa e se ne va cantando. Io mi accascio, mi sento più vecchia di 10 anni, ho due occhi viola e l’anima svuotata, ma la mia lavatrice, per questa sera, ha fatto un ottimo lavoro.


Ale ha letto la lettera, ne abbiamo parlato un po' e ha deciso di voler assistere allo spettacolo...siamo emozionati...un bel passo per il mio ragazzo...


20/10/2017

Ieri sera siamo stati a teatro....spettacolo ironico e serio al tempo stesso, un approccio delicato e garbato all'argomento adozione ( che non sempre è facile "sintetizzare" in maniera incisiva).
Ale ha riso...(la parte relativa all'iter è stata davvero trattata con un pungente sarcasmo) e, a tratti,  si è fatto serio  (le lettere dei genitori e figli adottivi, la musica....momenti molto emozionanti).
Io ho pianto, quasi sempre.
Bello! Sono felice di aver condiviso questa serata speciale con il mio ragazzo!

mercoledì 11 ottobre 2017

Tanti auguri Yo!!!!





Tanti auguri cucciolo della mamma!
Tanti tanti tanti auguri!!!
...e un grazie a chi con gioia e affetto si è unito ai pre-festeggiamenti ieri!
Sei un ragazzino allegro e sereno, ed è bello vedere come in poco tempo tu sia riuscito a farti tanti nuovi amici!
Sei un dono grande tesoro!
La mamma




Oggi una mini festa con degli amici "speciali"

martedì 19 settembre 2017

19 settembre 2007

Oggi festeggiamo 10 anni con te, 10 anni di te, 10 anni di noi!


E come quel primo giorno sei più di quanto una mamma possa desiderare!
Grazie Ale, per tutto quello che hai regalato a me e al babbo in questi 10 anni e per il fratello maggiore meraviglioso che sei per Yo!
Ti voglio tanto tanto tanto bene!

(quest'anno Ale ha voluto decorare personalmente la torta)

domenica 17 settembre 2017

I primi compiti



Ed ecco il mio topolino alle prese con i primi compiti!
Mi fa una tenerezza infinita vederti tutto assorto e così orgoglioso quando ti dico che sei stato bravo!
Forza cucciolo, la mamma è qui con te, pronta a tenerti per mano!
Ti voglio bene!

venerdì 15 settembre 2017

Soggettiva


15 settembre 2017

Primo giorno di scuola per i miei ragazzi!
Scuola Secondaria di I grado per Ale Linh (...le vecchie medie) e Scuola Primaria per Yo (...leggasi elementari).





Vi auguro che sia l'inizio di un percorso di crescita e di arricchimento non solo cognitivo, ma soprattutto umano!
Forza ometti!
La mamma

martedì 1 agosto 2017

mercoledì 19 luglio 2017

Semplicemente noi



...


...

giovedì 13 luglio 2017

L’OMBRELLONE PROTETTIVO DEL “WHITE PRIVILEGE"

“Ho abbracciato mio figlio per la prima volta il 31 marzo 2008 e da allora niente è stato più come prima. Sono stati otto anni intensi, splendidi, ricchi di emozioni, tanto amore e mille esperienze.
La nostra è quella che i tecnici definiscono “una adozione riuscita”. Che A. fosse un bambino speciale ce lo avevano detto tutti, dai referenti dell’ente, al personale dell’istituto, ai genitori che erano andati ad abbracciare i loro figli prima di noi. Solare, sensibile, intelligentissimo, A. sapeva (sa) farsi voler bene dovunque vada. Ha un sorriso che conquista, una gentilezza d’animo e una capacità empatica davvero uniche. Potrei parlare giorni e giorni di lui, dei nostri primi tempi insieme, di come abbiamo (ri)costruito, passo dopo passo, un legame genitori-figlio che sentiamo davvero profondissimo. Ma ora A. ha 15 anni, ha iniziato le superiori, ha cominciato ad allontanarsi dalla famiglia, dal paesello dove ha vissuto tutti questi anni, dalla cerchia di persone che ha imparato ad amarlo ed apprezzarlo per quello che è. Ed è di questo momento importante che vi vorrei raccontare. Perché si parla spesso di bambini adottati, ma poi questi bambini crescono, diventano ragazzi e adulti. Purtroppo però l’aggettivo “adottato/adottivo” resta appiccicato loro come uno zainetto che si portano sempre appresso. Uno zainetto che spesso contiene, tra le cose più “pesanti”, anche l’essere somaticamente diverso dai genitori e da tutte le altre persone che stanno intorno a loro.
Mio figlio è nato in India. Oggi ancora più di ieri sono profondamente convinta che l’aspetto della diversità in generale e della diversità somatica in particolare non sia trattato con sufficiente attenzione durante l’iter adottivo, sia dai Servizi sia dagli enti. Nei mesi di attesa e di preparazione all’arrivo dei nostri figli, psicologi e operatori ci parlano della ferita dell’abbandono, delle conseguenze dell’istituzionalizzazione prolungata o della deprivazione affettiva e di tanti altri aspetti fondamentali per la nostra e la loro vita futura. 
Ma se qualche genitore si azzarda a esprimere il proprio timore che un bambino proveniente da un altro paese, ad esempio l’Africa o dall’Asia, possa avere difficoltà a integrarsi a scuola, nella società o sul lavoro viene spesso tacciato di poca apertura mentale, se non addirittura di razzismo. Io stessa per avere esposto questi miei timori, sono stata invitata da un operatore dell’AUSL a “entrare in contatto con più stranieri”. Un suggerimento che mi ha messa così in crisi che mi sono sentita in dovere di partecipare, insieme a mio marito, alla festa annuale di un ente che adotta dall’Africa. Solo per avere la conferma che mi sarei portata a casa ogni singolo bambino che ho incontrato in quella giornata.
Non ero quindi razzista. Ero solo una mamma realmente preoccupata di portare un bambino in un ambiente che lo sapesse accogliere in tutta la sua peculiarità. Ora che mio figlio è con noi da otto anni posso dire con cognizione di causa che le paure espresse da quei genitori, me inclusa, riflettono difficoltà oggettive, situazioni di vita vera a cui mio figlio, i nostri figli, sono esposti giorno dopo giorno. Negare o minimizzare questo aspetto dell’adozione internazionale non aiuta nessuno. Soprattutto non aiuta i nostri figli. 
Negli Stati Uniti, nazione molto più multietnica di noi e con una lunga esperienza in materia di adozioni internazionali, si parla da tempo di ‘white privilege’ (privilegio bianco / dei bianchi) per definire quella serie di piccoli privilegi, vantaggi, trattamenti di favore, di cui godono le persone bianche, spesso senza neppure accorgersene.
Il fatto che un ragazzo o una ragazza bianca abbiano meno probabilità dei coetanei di colore di essere fermati da una pattuglia della polizia. Il fatto che negli esercizi commerciali (negozi, ristoranti, ecc.) i commessi tendano a trattare meglio i clienti bianchi rispetto agli altri. Il fatto che ogni volta che c’è un controllo di documenti (alla dogana, in aeroporto, all’ingresso dello stadio) le persone bianche passano più agevolmente rispetto agli altri. E via di seguito. 
Credo che ogni genitore adottivo con un figlio di etnia diversa, soprattutto se grandicello, sa di cosa sto parlando. Fintanto che questi nostri figli sono piccoli, camminano mano nella mano con noi, sono al nostro fianco, sono sotto l’ombrello protettivo del “nostro” ‘white privilege’. Sono serviti e riveriti nei ristoranti, ricevono attenzione e sorrisi dai commessi, vengono guardati con benevolenza in situazioni sociali e via di seguito.
Ma man mano che crescono, man mano che si allontano da noi e si avventurano nel mondo da soli è come se uscissero da quella cupola di protezione che il nostro ‘white privilege’ garantiva anche a loro. 
Lo vediamo dalle piccole cose: dall’occhio attento dal commesso che non perde d’occhio nostro figlio se entra da solo in un negozio, o dalla gelataia che, più o meno inconsciamente, serve prima tutti gli altri bambini e poi nostro figlio. O ancora dai modi con cui qualche mamma o ragazzino più grande si permette di apostrofare nostro figlio ai giardinetti quando siamo lontani, salvo poi cambiare atteggiamento quando si accorge che lui è “con noi” o, come ci riferiscono amici, dagli sguardi ammiccanti con cui sono accolte le figlie adolescenti, dalla pelle scura o i tratti orientali quando è al ristorante con papà. Situazioni più o meno pesanti. Situazioni che difficilmente accadono ai figli biologici, o comunque somiglianti ai genitori. Situazioni per le quali i soliti americani hanno già trovato un nome che dice tutto: microagressioni. Inutile girarci intorno o negare l’evidenza: i nostri figli iniziano a subirle molto presto, molto probabilmente le subiranno per tutta la vita, e tocca a noi insegnare a loro a difendersi.
Il problema è che noi non ci siamo abituati. Perché a noi, bianchi in una società di bianchi, non sono mai capitate. E allora la prima tentazione, di fronte allo sgomento o alla sofferenza dei nostri figli, è quella di minimizzarle, di banalizzarle, di dire ai nostri figli: “Fa finta di niente”, “Smetteranno”, “Sono stupidi, non li ascoltare”. Un altro approccio, forse ancora peggiore, è quello di tentare dei parallelismi con le nostre esperienze di esclusione (in fondo chi non è stato escluso da un gruppo, almeno una volta nella vita, o non ha subito qualche sopruso dal bullo di turno)? Niente di più sbagliato, perché non sono la stessa cosa. Le microaggressioni o aggressioni razziste che subiscono i nostri figli sono diverse da quelle che possiamo avere subito noi. Perché agiscono a livello più profondo e tendono a minare quel legame così faticosamente creato tra noi e loro. Perché, appunto, creano un “noi” e un “voi”, tendono a separare ciò che noi vorremmo indissolubilmente unito. Non è un caso, credo, che da quando mio figlio ha iniziato le superiori, in una città a 40 km dal nostro paesino, ha iniziato a usare la espressione “voi italiani”, mentre fino all’anno prima diceva, pieno di orgoglio,“noi italiani”. 
Non so come vivano questo aspetto le famiglie adottive che abitano nelle grandi città, con una presenza massiccia di stranieri. Ma i ragazzi adottati che abitano in piccoli paesi come il nostro sperimentano il loro essere diversi in modo molto intenso: dalle elementari alle medie mio figlio è stato l’unico ragazzo di colore in classe, l’unica persona di colore in chiesa, l’unico scout di colore nel reparto, l’unico ragazzino di cui si sarebbero ricordati se, putacaso, avesse fatto una marachella con un gruppo di amici. I nostri ragazzi, soprattutto gli adolescenti, si trovano ad essere, loro malgrado, sempre riconoscibili e identificabili, in un periodo della vita in cui l’unica cosa che vorrebbero fare è scomparire, fondersi con il gruppo, essere uguali agli altri. Non sempre ci raccontano tutto quello che accade loro, anzi, raramente. A volte lo sappiamo dagli amici, dagli altri genitori. A volte non veniamo a sapere nulla. Ma le cose succedono, purtroppo. Temo che tante siano le situazioni pesanti, di discriminazione che subiscono senza raccontarci nulla. Forse per non soffrire ancora, forse per non fare soffrire noi.
In questa parte di mondo dove gli eroi dei film sono sempre bianchi, gli indiani perdono sempre, gli asiatici fanno sempre la parte dei cattivi o parlano con un accento stupido e i bambini africani degli spot sono sempre malnutriti e ricoperti di mosche, è difficile per loro trovare esempi positivi da seguire o modelli con cui identificarsi. Il rischio, al contrario, è pensare che l’essere “non bianco” sia un disvalore. Che l’essere diverso anche somaticamente differente sia un ulteriore motivo di separazione e allontanamento.
È invece importante che apprezziamo e valorizziamo noi per primi tutto il loro preziosissimo bagaglio di diversità. Ed è ancora più importante che insegniamo ai nostri figli a essere orgogliosi di quello che sono: del loro aspetto, delle loro origini, del loro paese con il corollario di storia, tradizioni, cultura, arte. Nel momento in cui io e mio marito abbiamo adottato A. abbiamo adottato anche il suo paese. Ci consideriamo una famiglia italo-indiana e abbiamo cercato, in modo in modo molto empirico, approssimativo e forse anche grossolano, di colmare le nostre lacune e di mantenere il più possibile quei legami di nostro figlio con il suo passato. In questi otto anni, ad esempio, abbiamo fatto il possibile perché non perdesse la sua madrelingua, perché se mai avesse la fortuna di rintracciare qualche membro della sua famiglia biologica, vorremmo che potesse conversare con loro nella loro (e nella sua) lingua. E ancora seguiamo insieme le vicende dei nostri attori kannada preferiti di cui A. ha i poster affissi in camera, cerchiamo e condividiamo spesso notizie sull’India, abbiamo lavorato per colmare le nostre lacune sulla storia, la cultura, l’arte, la cucina del suo paese, parliamo spesso dell’India e di chi è rimasto là e di un possibile ricongiungimento.
Anche a costo di dire cose scontate (spero infatti che la maggior parte dei genitori adottivi si comporti già in questo modo) mi permetto di suggerire di aprirvi il più possibile al mondo, di mantenere o creare contatti con altre famiglie adottive, di fare in modo che vostro figlio viva la propria realtà di figlio adottivo come normale o perlomeno diffusa, consentitegli di condividere questa sua esperienza con altri bambini che stiano vivendo la stessa esperienza. Non chiudetevi a riccio, non minimizzate, non sminuite. 
Credo che il nostro compito più importante, come genitori adottivi, sia aiutare i nostri figli a ricucire, nel modo più naturale possibile, il loro passato con il loro presente e il loro futuro. Dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze di creare un continuum il più possibile fluido, accettabile, vivibile. In un mondo a parole sempre più multietnico, ma in realtà ancora profondamente razzista, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e chiamare le cose con il loro nome. Dobbiamo anche avere il coraggio di alzare la voce quando serve, di litigare con vicini, amici e parenti, di troncare amicizie e cercarne di nuove, di ripensare e ribaltare tutta la nostra vita. Lo dobbiamo a loro, che non hanno scelto, ma che sono stati adottati da noi genitori e trasportati dall’altra parte del mondo, in una società dove sono e saranno sempre diversi.
Preparatevi, cari genitori in attesa, perché c’è da lavorare.”

Riflessioni di una madre adottiva

martedì 20 giugno 2017

Bravissimo Ale!


Oggi abbiamo ritirato la tua pagella!

Mister diecione, siamo davvero tanto tanto orgogliosi di te... il tuo percorso scolastico in questi cinque anni è stato davvero splendido!
Non ci sono tante cose da aggiungere...BRAVISSIMO tesoro!.. sei davvero un ragazzino super!
La mamma e il babbo


E ora un'estate di giochi con quel pazzo di tuo fratello (che non si risparmia nemmeno con il piedino ingessato)

giovedì 8 giugno 2017

Ale, Yo,...

ricordate, 
ognuno di noi ha un paio d'ali, ma solo chi sogna impara a volare!

Coltivate la vostra fantasia e la vostra immaginazione e sognate! ....sarà bellissimo vedervi volare!

mercoledì 7 giugno 2017

Grande Ale!




martedì 6 giugno 2017

domenica 4 giugno 2017

Campeggio a Colleverde, Siena










4 giorni in campeggio fra le verdi colline senesi, una visita a Siena e Monteriggioni, ma soprattutto 4 giorni per noi.

domenica 28 maggio 2017

Giocando in giro per il mondo















Oggi abbiamo trascorso una bellissima giornata con gli scout. 
Il tema della festa erano i paesi del mondo; così abbiamo girovagato per il pianeta giocando e gustando piatti tipici. 
Un'altra avventura si avvicina alla fine, Ale, ...i tuoi giorni da lupo stanno per terminare...
Sono stati tre anni intensi quelli della tua esperienza scout fin qui e, anche se non li hai vissuti "a cento all'ora", a mio avviso ti hanno dato tanto....e certi insegnamenti li porterai sempre con te!